
Apparat and band
Venerdì quattro novembre duemilaundici.
Atmosfere confuse e nebulose e suoni rarefatti. Il concerto inizia lentamente; al primo vocalizzo la folla esulta, le luci intermittenti accecano il pubblico. La band si presenta con due sintetizzatori, una chitarra elettrica, una batteria e la voce; niente di esagerato per il genere. Sospeso tra Idm (intelligent dance music) e musica ambient, il concerto inizia a vibrare con bassi esagonali, non rotondi, quasi gracchianti e con suoni di breve durata. Tutto molto intermittente, come le illuminazioni verticali presenti sul palco. L'assetto musicale è variato e ben armonizzato, ammortizzato nei momenti giusti. Lui, Apparat, maglietta grigia a maniche corte ci propone dei ritmi tribali ma alle volte lenti e cadenzati, una musica quasi matematica che ricorda vagamente i Battles, o addirittura il lontano Frank Zappa, ad un ascolto più fantasioso. Una dimostrazione di musica molto matura, rapida nella successione dei suoni, ma lenta nel risultato. L'atmosfera si fa più soffusa nel pieno del concerto al punto che l'uomo del mixer chiede addirittura a due ragazzi accanto alla consolle di abbassare la voce. Forse ha ragione, ma è pur sempre un concerto! Il suono dello xilofono immerso in nebbiose luci che mutano dal blu al verde e poi qualche accordo metal per far “svegliare” dal coma il pubblico, costituito in prevalenza da hipster e radical chic. Qualcuno dice: “roba da S.Siro”. Non concordo, in uno spazio così grande si perderebbe quel clima familiare instaurato tra l'artista e la platea. I bassi con il passare del tempo diventano sempre meno profondi e le canzoni cominciano a somigliarsi un po'. I brani prendono tutti la stessa “piega”somigliando, bene o male, alla canzone “Dream on” estratta dall'album “Surrender” dei Chemical Brothers. Lo spettacolo volge al termine lentamente ma Apparat ed i suoi si scatenano e suonano per altri quindici minuti quando viene chiesto loro il bis. La band è valida; un po' troppe analogie con i Sigur Ros e i Massive Attack ma, soprattutto, con i Radiohead e la voce di Thom Yorke. Ben fluidi e scorrevoli, merito anche del mixerista che svolge un lavoro davvero meticoloso, influendo, come uno strumento a se, sulle sorti del concerto. Il pubblico va via contento anche se un po' stordito dalle vibrazioni delle frequenze basse che hanno fatto palpitare i timpani. Il tutto condito dal venticello fresco di Roma.
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